Lo sappiamo, lo stress non è altro che una reazione fisiologica del nostro organismo a eventi esterni particolari. Si può dire, però, che di per sé non è totalmente una condizione negativa perché se ci pensiamo, in diverse occasioni lo stress ci permette di reagire a determinate situazioni vissute come potenziali pericoli o fastidi. Può rappresentare, quindi, anche uno stimolo a fare meglio, una specie di carica personale. Questo indica che il nostro corpo è in grado di provare stress e di reagire in modo funzionale. Lo stress, però, può diventare eccessivo e portare con sé sintomi fastidiosi come mal di testa, disturbi allo stomaco o problemi a dormire. Uno stress eccessivo può anche andare a peggiorare patologie già presenti. Lo stress diventa una condizione che ci influenza sia da lato psichico che da quello fisico, e può arrivare a creare veri e propri danni. Il nostro organismo ci avvisa che il livello di stress è divenuto troppo alto in diversi modi: unghie, pelle, capelli, denti. In questo blog vediamo quali sono i fattori di rischio che possono portare alla parodontite e i segnali da non sottovalutare.

Sappiamo che lo stress può avere infinite e svariate cause. C’è, però, da prestare attenzione alle emozioni che si vivono: di recente è stato evidenziato da alcuni studi come la parodontite sia strettamente legata ai momenti più intensi e carichi di ansia e nervosismo. È risaputo che lo stress eccessivo ha un importante impatto negativo sulla salute dell’uomo. Uno studio riporta che a seguito dei periodi di grandi problematiche sociali (come disastri ambientali o fasi belliche) 1 soggetto su 3 ha riportato disturbi ansiosi, depressione e insonnia. Soprattutto nel corso di questo periodo storico, la popolazione italiana ha raggiunto livelli di stress molto elevati: i mesi di lockdown durante la pandemia così come la disoccupazione e le tensioni legate ai conflitti europei e mondiali hanno portato disturbi del sonno, di ansia e danni anche a livello del parodonto.

STRESS E DENTI: COME REAGISCE IL CORTISOLO?

 

Il cortisolo è conosciuto come “l’ormone dello stress” che, nella popolazione affetta da ansia, causa spesso gonfiore addominale e accumulo. Può anche avere effetti negativi sul parodonto, e conferma la correlazione stress, denti e parodontite insieme a stanchezza cronica, insonnia e acidosi (che causa un danneggiamento dello smalto dentale.) L’abbassamento delle barriere immunitarie nel nostro organismo causa infatti una minor difesa dalle infezioni, rendendoci più propensi ad esserne affetti. La conseguenza si sviluppa direttamente sul parodonto che, una volta infiammato, inizia a causare dolori dentali, sanguinamento gengivale, maggior produzione di placca e alitosi. Di conseguenza, una maggiore quantità di placca corrisponde ad un maggior accumulo di tartaro, il che si traduce in carie.

COME RIDURRE LO STRESS?

 

Come spezzare il binomio stress-denti malati? Nonostante siano state cercate molte risposte, l’unica valida sembra essere la più banale: riappropriarsi del proprio tempo e regalarci dello spazio per noi stessi. È importante che nonostante la fretta, lo stress e l’ansia non si tolga mai del tempo all’igiene orale, ricordandosi di dedicare il giusto spazio anche alla salute della bocca.

Alcune tra le attività utili a combattere lo stress, che portano a ripristinare anche la salute del proprio cavo orale, sono:

• L’esercizio fisico;

• La meditazione e le tecniche di rilassamento;

• L’igiene del sonno;

• Il mantenimento delle relazioni sociali.

Fonte: www.clinicadeldente.com/stress-e-denti/

La pet therapy è una forma di terapia in cui il canale comunicativo più usato e sollecitato è quello dell’immediata espressione delle emozioni nel paziente come nell’animale.

Gli animali (cani, cavalli, delfini e gatti) possono aiutare molti pazienti a migliorare nelle aree emotive, sociali e comportamentali. La comunicazione verbale tra terapeuta – di qualsiasi orientamento egli sia – e paziente, è il veicolo principale attraverso cui pensieri, emozioni e sofferenza trovano una forma condivisibile tra i due.

La pet therapy in Italia viene riconosciuta come utilizzabile per la cura di anziani e bambini nel decreto ministeriale del 2003.

Nel frattempo, nel 2004, nasce anche la ESAAT (European Society for Animal Assisted Therapy) che certifica la formazione degli operatori e definisce le linee guida del trattamento degli animali impegnati in tutte le attività di terapia, di assistenza e di educazione.

In realtà gli animali vengono impiegati nella cura di diverse patologie da molto più tempo ed oggi esistono molti tipi di quella che viene comunemente conosciuta come “pet therapy”.

UN PO’ DI STORIA

L’addomesticamento degli animali da parte dell’uomo ha origini molto antiche, ma solo all’inizio del XX secolo si capisce quanto la vicinanza degli animali possa sortire effetti positivi e terapeutici nella psiche umana ed in alcune patologie fisiche. Negli anni ’60 lo psichiatra infantile Boris Levinson nota gli effetti positivi della presenza del suo volpino nelle sedute con i suoi piccoli pazienti. Per primo conia il termine “pet therapy” e gli attribuisce valore scientifico attraverso i suoi studi.

Sulla scìa delle ipotesi di Levinson, negli USA si susseguono altre applicazioni: nella cura dei disturbi mentali e come “facilitatori di relazioni” per gli anziani.

Negli anni ’80, Erica Friedmann, osservando per un anno pazienti dimessi dall’ospedale a seguito di problemi cardiaci, rileva una correlazione tra la sopravvivenza dei pazienti ed il possesso di animali domestici.

Successivamente, la Friedmann scopre che non è necessario il contatto tra paziente ed animale, ma che basta l’osservazione per indurre nel paziente cardiopatico la diminuzione della pressione, la regolarizzazione del battito cardiaco e della respirazione, il rilassamento del tono muscolare e delle espressioni del viso.

Nel 1992, mentre la pet therapy inizia a diffondersi anche in italia, Holcomb mette a punto un protocollo terapeutico per pazienti anziani: ne risulta che il livello di depressione cala con l’esposizione dei pazienti a uccellini e conigli.

Gli studi sull’efficacia della pet therapy

La conseguenza più immmediata è che sebbene la pet therapy nei reparti pediatrici degli ospedali sia sempre più diffusa, ci sono ancora relativamente pochi studi scientifici che ne dimostrano l’efficacia.

Nella Casa Pediatrica del Fatebenefratelli si stanno iniziando a raccogliere dati, grazie anche alla Dott.ssa Beatrice Garzotto, responsabile e coordinatrice dell’attività.

La Dott.ssa riporta che le rilevazioni fatte con il saturimetro confermano che quando i bambini affrontano un prelievo con il cane accanto, il battito cardiaco si regolarizza, la pressione arteriosa si abbassa e c’è una maggior ossigenazione del sangue rispetto a quando i prelievi vengono affrontati senza il cane. 

Gli studiosi Kaminski, Pellino e Wish hanno riportano risultati positivi anche nel 2002, dopo aver osservato un campione di 70 bambini e hanno usato come dato anche il livello dell’umore osservato dai genitori nei figli ospedalizzati.

Se valori come la pressione sanguigna o il ritmo respiratorio rimangono invariati, la presenza del cane fa comunque diminuire significativamente il livello del dolore percepito dai bambini, anche in contesti in cui il dolore è particolarmente forte (Braun, Stangler, Narveson, Pettingell, 2009).

Più nello specifico, secondo Sobo, Eng e Kassity-Krich, il fattore cognitivo sarebbe quello maggiormente influenzato. Infatti, pensieri confortanti derivanti dall’essere in piacevole compagnia sostituiscono i pensieri negativi relativi al dolore percepito.

I pazienti che ricevono pet-therapy avvertono anche un maggior livello di energia ed un abbassamento del livello di fatica, secondo lo studio di Bulette Coakley e Mahoney (2009).

 

Fonte: www.stateofmind.it

Negli Stati Uniti, Olanda e Svizzera è una collaborazione già consolidata e ricopre grande importanza rispetto alcune patologie odontoiatriche, spesso di natura psicosomatica. Non solo, la figura professionale dello psicologo interviene o pone rimedio a situazioni che spesso emergono durante il rapporto paziente-dentista durante i vari trattamenti, riscontrando ottimi risultati.

Sembrerebbe questo il momento per dare via a questa collaborazione anche in Italia, ove gli studi odontoiatrici, come moltissime altre realtà sanitarie, assisteranno ad un cambiamento radicale dei propri pazienti, terrorizzati dal rischio del contagio.

L’emergenza sanitaria ha infatti generato alti livelli di timore ed ansia spesso rendendo impossibile far sentire i propri pazienti a loro agio.

 

Se fino ad ora erano frequenti gli episodi di paure e fobie, oltrechè risposte di fuga dalle spesso temute cure odontoiatriche, oggi inevitabilmente aumenta il carico ansiogeno del paziente che si ritrova a convivere con un’emergenza sanitaria globale che, oltre a spaventarlo, lo costringe ad evitare qualsiasi tipo di contatto fisico. Un’allontanamento da tutte le situazioni di rischio è perciò concepibile.

Da qui la necessità del team odontoiatrico di confrontarsi con figure esperte, in grado di fornire gli strumenti necessari al fine di limitare i fenomeni ansiosi o di saperli gestire adeguatamente qualora si verificassero. Per questo nei prossimi mesi sarà sempre più ricercata la collaborazione tra odontoiatra e psicologo. Quest’ultimo infatti non solo accompagnerà l’intero team alla corretta gestione degli stati emotivi dei propri pazienti ma sarà in grado di prevenirli, limitando i fattori scatenanti. 

Abbiamo perciò pensato di proporre un corso online dedicato a questo tema delicato, affidandoci ad una figura esperta. Un vero e proprio corso web interattivo dedicato al Team Odontoiatrico costituito dall’analisi delle dinamiche psicologiche che si verificano nello specifico contesto odontoiatrico.